martedì 10 maggio 2016

Tess



Un corteo di uomini bianchi, capelli biondo-rossicci, cortissimi o rasati, cravatte nere infilate nell'abbottonatura di camicie bianche, pantaloni neri, avanza verso destra.

Davanti a loro una donna nera, testa rasata, giubbotto nero e maglione rosa, in piedi, pugno alzato.
Silenzio, gli occhi si fissano, nessuno indietreggia.

Esistono immagini potenti, perfette, questa, scattata dal fotografo David Lagerlöf *, lo è. 
Forse non c’era bisogno di ridisegnarla. Solo che mi è entrata nella testa e dovevo appropriarmene in qualche modo.

Continuano ad avanzare, la donna fa qualche passo indietro, sempre col pugno alzato. Forse in quel momento si sta chiedendo : che diavolo ci faccio qui? Finirà male… Uno degli uomini bianchi dalla seconda fila la spintona, lei barcolla ma resta col pugno alzato, finchè un poliziotto la allontana.

La foto ha fatto il giro del mondo, lei è diventata un’eroina per caso (e speriamo che uno degli uomini-in-bianco-e-nero non la vada a cercare dopo tutta questa pubblicità…) e qualcuno (**) ha obbiettato che se fosse stato un corteo della sinistra antagonista sarebbe stato considerato diverso.

Ma qua non si tratta di politica, signori, qua si tratta di bene e male, senza troppe sfumature.

Si tratta del fatto che c’è un gruppo che attraversa tutti gli stati dell’Europa del Nord chiamato Movimento di resistenza nordica che elogia Hitler e spiega che l’ascesa al potere potrebbe richiedere spargimento di sangue (e un po’ di sangue è già stato sparso), che il buon senso dovrebbe dichiarare fuori legge (perché mi pare che un Hitler in Europa ci sia già stato e i suoi danni siano stati visibili a tutti) e invece in Svezia è un partito, e può manifestare liberamente.

Si tratta del fatto che quando vedi il male che avanza forse ti viene d’istinto di fermarlo. 
E allora fai come Gandhalf, alzi il tuo bastone e gridi “tu non puoi passare!”


Hanno scritto che la donna era sola contro trecento nazi. 
Ma lei non era sola, dietro di lei c’era lo spirito di tutti i neri, i gialli, i diversi, i gay, gli ebrei, le donne, i disabili, gli zingari, le minoranze etniche, politiche e di pensiero… di tutti quelli che hanno sofferto a causa di uomini-in-bianco-e-nero come questi.

* (TT News Agency)
** (Il Primato nazionale)
Potete trovare la foto e alcune notizie qui
Il video è qui
Qualche notizia sul Movimento di resistenza nordica su Wikipedia


venerdì 29 aprile 2016

In Piedi Sui Pedali (puff, pant…)



Questa è la mia seconda volta con “Scrittori di Classe”, il progetto Insieme per la Scuola che già l’anno scorso ha coinvolto le classi italiane nella creazione di otto racconti fianco a fianco con grandi autori per ragazzi. 
Nella prima edizione avevano partecipato migliaia alunni con qualcosa come 3,2 milioni libri distribuiti, una cifra enoooorme…, e Corri, Malik, corri  mi aveva dato belle soddisfazioni. 

Il nuovo racconto, sempre di Luigi Garlando, ispirato ad una storia della III U della Scuola Secondaria “Ugo Foscolo” di Rocchetta Ligure, si intitola “In piedi sui pedali”.

Io di ciclismo professionale non ho mai capito molto, quanto a praticarlo, l’unica bicicletta che abbia mai pedalato (a parte quella con le rotelle nell'infanzia) è stata una  fantastica Graziella bianca per ragazzi, bassa abbastanza da permettermi di salire, niente marce o optional. Amo pedalare ma equilibrio e prontezza di riflessi non sono le mie qualità migliori. L’ultimo tentativo di salire su una bici regolare da adulti si concluse rovinosamente anni fa: caduta dopo cinque metri, caviglia slogata, fine dell’avventura ciclistica. Bisognava darsi da fare per entrare un po’ nello spirito del racconto.

L’incipit: Valerio, 16 anni, cresce con la passione della bici, trasmessa dal nonno, ex gregario di Fausto Coppi, e dal fratello Uccio, grande talento che a soli 21 anni sta per giocarsi la Maglia Gialla al Tour de France
La notizia della squalifica di Uccio per Doping cambierà la vita del protagonista, della sua famiglia, degli amici e, diciamolo, anche la mia, che ho dovuto colmare le mie immense lacune immergendomi in letture su doping, corse a tappe e a cronometro, appassionandomi alle vicende di Coppi e Bartali, e ora conosco perfino la differenza tra un velocista e uno scalatore


Copertina. Problema numero uno: come disegnare le biciclette. Da quello dipendeva lo stile di tutto il libro.

Le bici da corsa hanno troppi elementi, fili, raggi e ingranaggi, sono piene di scritte… (per non parlare delle divise dei ciclisti) se avessi scelto una strada descrittiva, mi sarei trovata scene caotiche e incomprensibili.
Negli ultimi anni sono in cerca di respiro per le mie tavole, di pulizia del segno, di aria. 
Mi agitavo alla ricerca della chiave giusta, quando scovo una locandina del Tour de France completamente vettoriale che mi da l'idea per partire. Dovevo sintetizzare, scartare il superfluo, ovviamente non uso il vettoriale, ma dovevo usare solo l'essenziale.

Preparo come sempre qualche texture dipinta grossolanamente ad acrilico che poi "ritaglierò" virtualmente come per un collage, mi concentro sulla salita, voglio mostrare lo sforzo, la difficoltà. La testa la faccio finire oltre l'inquadratura, mi voglio concentrare sul corpo e la bici. Disegno tutto e poi cancello il superfluo per lasciare le sagome più pulite possibile. 
Per l'elemento doping ho pensato ai titoli dei giornali, li ho cercati in varie lingue, scannerizzati da qualche quotidiano che avevo a casa, ricopiati, alcuni me li sono inventati (potrei fare la titolista?). Pochi colori: giallo, bianco e blu. Ultimo tocco, la Tour Eiffel come sagoma sullo sfondo. 
Copertina approvata. Procediamo!


Scena uno: l’infanzia dei due fratelli cullata dai racconti del nonno e dalla visione dei suoi cimeli. 
Le foto autografate dell’ “Airone”, gli articoli, la famosa immagine dello scambio della borraccia con Bartali (chi passò la borraccia a chi? Qualcuno asserisce che fu un’ azione concordata con i fotografi per creare la notizia, ma io voglio credere che lo scambio fosse vero, mi piacciono i simboli, non me li dovete toccare…) ed una borraccia vera appartenuta al campionissimo, conservata come  sacra reliquia. 
Avevo bisogno di affollare la parete, di stratificare i ricordi su quel muro, e per contrasto, di semplificare tutto il resto. 
I disegni dei personaggi diventano quindi essenziali, quasi senza chiaroscuro, con campiture di colori decisi e poi il bianco.


Scena due: l’infarto del padre di Valerio mentre sta raccogliendo l’uva nella vigna di famiglia. Immaginavo un’inquadratura dal basso con le viti sullo sfondo e l’uva che cade dalla cassetta verso lo spettatore. 
Ho la fortuna di avere un compagno che “sa fare le facce” e che uso spesso come modello.
- Amore, ti andrebbe di fare il padre del protagonista? Saresti perfetto, sei bellissimo - Certo, tesoro, devi farmi delle foto? Che devo fare?Dovresti farti venire un infarto…-
Non posso riportare qui la risposta e il gesto eloquente che la accompagnava… Comunque alla fine, ha ceduto alle richieste, e questo è il risultato.



Scena tre: il bacio a Firenze. Un po’ di romanticismo non fa mai male. 
Il modello per Valerio nella vita sarebbe biondo con gli occhi azzurri, ma io gli ho messo un naso più importante, capelli e occhi scuri per esigenze di copione, non so se sarà troppo contento…


Scena quattro: Valerio alla sua prima corsa importante, in un momento di crisi, viene aiutato dal fratello (sparito dopo la vicenda doping), che gli getta una spugna d’acqua fredda sul collo. È un punto centrale e delicato del racconto. Valerio percepisce la presenza del fratello ma non lo vede. Dopo un po’ di tentativi ho trovato l’inquadratura che mi permettesse di nascondere Uccio, e mostrare la sorpresa di Valerio.


Scena cinque: la caduta. 
La faccenda era veramente difficile da rappresentare, non potevo certo chiedere alla gente di cadere per me dalla bici, ne appostarmi per  giorni sulle piste ciclabili a caccia di incidenti (non è carino). Così ho visionato centinaia di cadute per trovare la posizione giusta, è stato abbastanza disgustoso, io sono sensibile alla vista del sangue, e tra piccole sbucciature e grandi lesioni ho visto di tutto. 
Alla fine ho trovato due o tre cadute che mi hanno aiutato a capire come si può capitombolare sulla spalla che il protagonista si slogherà. 
Approfitto per ringraziare i malcapitati corridori, mi sono stati molto utili.

Questa immagine mi sembra quasi perfetta, cioè credo di aver raggiunto la sintesi che volevo, e mi pare abbastanza potente. Dai, sono contenta.


Scena sei: Il nonno regala a Valerio il suo cimelio più prezioso, la borraccia di Coppi, come un talismano per la prossima gara. È una scena giocata sulle emozioni, ho cercato un’inquadratura ravvicinata, per lasciare spazio alle espressioni. 
Uno sfondo di colore molto deciso per fare emergere il bianco dei capelli del nonno e della camicia.

E’ un po’ di tempo che sento il bisogno di far tornare centrale il bianco nelle mie illustrazioni. All’inizio della mia carriera mi veniva naturale usare il bianco come “colore”, poi avevo cominciato a riempire, e riempire… ora, quando e dove posso, cerco di dare al bianco il posto che merita; qui, dalle bici ai vestiti mi sembra che abbia un buon ruolo. 

Scena sette: La fuga. Il corpo dei ciclisti sbilanciato, non più una cosa sola con la bicicletta, che quasi libera si inclina dalla parte opposta, tutti i muscoli in tensione, le teste basse, le schiene curve. 
Volevo mostrare questo, tutto il resto sarebbe stato inutile. All’inizio avevo disegnato uno scorcio del passo Cason di Lanza, dove si svolge la scena, poi ho preferito un fondo pittorico neutro. 

Scena otto: lo scambio della borraccia tra i due fratelli. 
Su youtube trovi chi si mette, telecamera sul casco, a ripercorrere alcune tappe del Giro d’Italia, così le puoi vedere in soggettiva. 
E io ho passato ore davanti allo schermo fingendo di essere sulle Dolomiti, con un po’ di mal di mare per via delle curve, a godermi lo spettacolo mozzafiato delle Tre Cime di Lavaredo
Così belle che ho scelto un’inquadratura panoramica  per dare spazio al paesaggio.


Scena nove: il trionfo a Milano. 
Nuovo problema: La maglia rosa. Il fatto è che io il rosa non lo sopporto, ho difficoltà a dipingerlo e gestirlo con altri colori, eppure non avevo scampo, la maglia rosa è la maglia rosa. 
Ma tenendo i due fratelli abbracciati la maglia rosa si accosta a quella bianca, per fortuna.

Problema due: avevo scelto mio fratello come modello per Uccio negli schizzi iniziali ma non trovavo più le sue foto… ed ero in ritardo.  Lo chiamo disperata: - Mi serve la tua faccia, la tua faccia! – Lui con santa pazienza cerca le foto nel suo archivio e mi fa un megainvio che mi salva la vita. Tra parentesi lui è bruno e barbuto, e io gli ho donato viso glabro e chioma bionda, sempre per esigenze di copione, ma non se ne lamenterà, ormai è rassegnato. 
Volevo che trasparisse gioia e affetto tra i due e mi sono fatta una scorpacciata di immagini di trionfi, podi e squadre esultanti, quanti bellissimi abbracci! Credo che siano la cosa dello sport che mi piace pi più.
Piccola riflessione sul fondo: il Duomo di Milano è tanto bello ma può trasformarsi in un incubo per il disegnatore, se hai poco tempo e ventimila guglie da fare…


Scena dieci: il nuovo inizio. 
Sono passati due anni, la situazione si è evoluta e i personaggi ricoprono ruoli diversi (adesso non voglio fare troppo spoiler). 
Ultimo problema: Mi serviva uno sfondo per le bici bianche sul tetto dell’ammiraglia, che non cozzasse con i colori dell’auto e della divisa, provo tremila soluzioni, alla fine scelgo un arancione. La sera dell’ultimo giorno utile mando tutti i files. Poi la notte non ci dormo su, non sono soddisfatta, la mattina presto faccio un altro fondo, bianco appena più scuro, lo mando, questo è meglio, approvato!

Ce l’abbiamo fatta, tutti. Organizzatori, grafica, coordinamento, autore, sembrano tutti soddisfatti, io sono stremata come se avessi corso su quella maledetta bicicletta, in piedi sui pedali, ovviamente.

A Scrittori di Classe 2 hanno partecipato gli autori:
Stefano Bordigoni, Tim Bruno, Silvana De Mari, Luigi Garlando, Beatrice Masini, Luisa Mattia, Roberto Piumini, Guido Sgardoli
E gli illustratori: 
Roberto Lauciello, Adriano Gon, Gianni De Conno, Emanuela Bussolati, Sualzo, Macchiavello, Claudio Prati (e me)
Con il coordinamento di Manuela Salvi e la realizzazione di Eu.promotions

Per sapere dove trovare questo e gli altri racconti andate qui. O qui  

martedì 16 febbraio 2016

Di Bianconigli, Pesci Volanti e Tempo che fugge


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“Oh dear, oh dear, I shall be too late…”


Sono alla British Library, ad una mostra per i 150 anni di Alice, venuta ad incontrare il Bianconiglio e chiudere alcuni conti in sospeso con lui.

Non so quando è cominciato tutto questo, so che ad un certo punto ho iniziato a vederlo ogni volta che mi guardavo allo specchio, con l’orologio in mano e lo sguardo ansioso. Quello sguardo è diventato il mio.

La sindrome del Bianconiglio (pare esista davvero!) mi fa percepire sempre in ritardo, fin dal risveglio, il tempo, semplicemente, mi manca
Le ho provate tutte per incastrare gli impegni: leggere le mail sul gabinetto, sbrigare le faccende di casa mentre avvio le stampe, alzarmi alle 5.30, ma non basta. 
Esco pochissimo, vado sempre di fretta, non mi concedo riposo. E ancora non basta.

Metti che consideri il tempo come un contenitore rigido, e che tutto quello che dovresti infilarci non ci va, allora procedi per eliminazione. 

Metti che sei cresciuto a pane e "PRIMA il dovere e POI il piacere", è facile intuire cosa sacrificherai: non ti dedicherai a cose che ti fanno semplicemente stare bene, perché ti sentirai in colpa, perché avresti altri cento doveri da compiere; il tempo del piacere è tempo sprecato, tempo perso…

Metti che decidi di andare a vivere in una megalopoli con ritmi difficili da sostenere per chiunque, ovviamente le cose si aggravano; il tanto agognato incremento lavorativo ti porta via altro tempo, ti spreme anche i secondi, e tu non sai più dove sei, davanti allo specchio solo uno sguardo preoccupato ed un enorme orologio. Il Bianconiglio diventa l’immagine con cui ti descrivi, la tua metafora personale, e questo non ti sembra grave, perché in fondo è un personaggio così buffo, eppure lo è…

Su, adesso non vi deprimete per me, (e per voi, se vi sentite così) se ne può uscire, credo. 
Basta essere abbastanza stufi della situazione e un po’ disponibili a cogliere i segnali che ti passano davanti. Io avevo bisogno di essere con le spalle al muro per cambiare, Londra mi serviva.


Settimane fa mi ero concessa una serata con amici (non uso il termine a caso, mi ero “data il permesso” di fare qualcosa che mi desse gioia, ma solo perché avevo appena consegnato un libro). C’era il festival Lumiere London, una serie di installazioni sparse per il centro della città, che con la luce creavano immagini potenti e poetiche, e lì mi ritrovo faccia a faccia con una piccola “illuminazione” personale: 
Les Luminéoles, due creature leggere e luminose, due specie di pesci volanti,  fluttuavano tra i palazzi ancorate da cavi invisibili. 
A terra una specie di fiore di loto. 
Resto alcuni minuti col naso all’insù e la bocca spalancata.

Un’amica mi chiede: -Vuoi reggere il cavo? - Cavo? Cosa? Sì!!!-. Faccio la fila incurante di essere l’unica adulta a voler fare quel gioco, per pochi secondi mi ritrovo a tenere un filo che mi collega alla creatura luminosa e sento una specie di forza potentissima che mi spinge verso l’alto. Se mi lasciassi andare potrei volare, penso, e l’emozione prende il sopravvento.

Se mi lasciassi andare, se solo mollassi un po’, se non mi inchiodassi a terra da sola, potrei volare…

Ma come fare? Da dove cominciare? Poco prima, durante una chiacchierata, il mio compagno mi aveva detto: -Hai notato quante volte nella giornata dici: non ho tempo? Lo dici continuamente, dovresti smetterla…-  No, non avevo notato…

Io sono convinta che le parole siano importanti, che abbiano un peso, una sostanza (senza entrare nei meandri della PNL). Se non lo fossi, non avrei abbracciato una religione che ha come pratica principale la recitazione di un Mantra. Parole. Importanti.
Sono convinta che quello che ci viene ripetuto continuamente, per anni, ci influenzi (“prima il dovere…”) e che le parole che usiamo spesso, creino solchi profondi in noi, nei quali ci ritroviamo a girare. 
Dalla descrizione di una realtà oggettiva alla “creazione” di una realtà interiore. Parole, immagini, metafore.*

Forse potevo iniziare da qui. Quella sera e i giorni seguenti non ho fatto altro che parlarne con amici e parenti e ho maturato alcune decisioni:
Se “non ho tempo” è diventato un piccolo mantra negli anni, ho deciso di sostituirlo con “ho tutto il tempo che mi serve”, a costo di sembrare scema.
Se per anni mi sono vista come il Bianconiglio, adesso voglio scegliere una creatura più leggera, e soprattutto meno ansiosa, un pesce volante non mi dispiacerebbe.

I primi risultati sono già arrivati.

Oggi per esempio ho scelto di passare mezza giornata da sola al museo, a farmi travolgere dalla bellezza dell’arte, pranzare con calma,  prendere appunti per il blog e fare minuscoli schizzi per questo piccolo ritratto.

Per dirti quanto ti ho amato, my dear, e che avrò piacere di vederti ogni tanto, ma è tempo di volare.


* Un libro che mi ha dato molti spunti di riflessione: Tutta un'altra vita, di Lucia Giovannini

mercoledì 10 febbraio 2016

The Honey-Guide Bird. Two traditional tales from Africa (part two)



Avevo promesso (anzi, avevo minacciato) di raccontare la seconda storia del libro uscito per HarperCollins, ed ecco a voi “Monkey’s Heart”.
Siamo in Sudafrica, in una vasta zona detta Wetland, la terra umida, dove vive Monkey, un piccolo cercopiteco. 
Le piace parlare con i coccodrilli perché dice che anche se sembrano feroci, di loro ci si può fidare (specialmente quando hanno la pancia piena), e tirare la coda agli ippopotami, che sembrano gentili ma quando si arrabbiano bisogna essere veloci a scappare.
Se già Honey-Guide Bird mi era simpatico (sono alta un metro e mezzo, devo tifare per i piccoletti), di Monkey mi sono letteralmente innamorata. Non solo è piccola, ma è completamente fuori di testa. Il suo migliore amico è Shark, lo squalo con cui intrattiene amabili conversazioni dai rami del suo albero preferito, uno di quelli che crescono tra la sabbia e il mare.

Lui le racconta dei suoi viaggi, di Barriere Coralline e pesci colorati, di quando ha inseguito le balene e viaggiato accanto ai pescherecci dei Mari del Nord, lei ascolta estasiata, e sente che la sua vita è limitata.
Monkey vorrebbe viaggiare, conoscere il mondo, e comincia a sentirsi triste. Le sue amiche cercano di metterla in guardia: “Cosa ti abbiamo sempre detto di Shark? Non fidarti del suo sorriso e delle sue storie. Vanno bene per lui ma non per te. Tu appartieni agli alberi!
Il giorno dopo i due amici si incontrano per le solite quattro chiacchiere. “Ehi, qual è il tuo cibo preferito?” chiede Shark con un sorriso a centocinquanta denti. “A me piacciono le sardine, ce ne sono un sacco nel Wetland, per questo mi piace vivere qui. Ah… e ovviamente perché amo la tua compagnia!
Monkey non aveva mai mangiato cibo straniero ma l’estate scorsa una rondine le aveva portato alcuni cuori di palma dallo Zanzibar, dolcissimi e deliziosi. “Ecco, questo è il mio cibo preferito!” dice prima di salutare Shark, che è in partenza per un’altra meravigliosa avventura.

La vita di Monkey procede tranquilla tra gli alberi finché un giorno, mentre è lì a osservare i cuccioli di tartaruga che appena usciti dalle uova camminano fino al mare, sente il sibilo di Shark alle sue spalle.
Eccitanti novità! Ho trovato alcuni cuori di palma! Salta sulla mia schiena e ti porto lì!”.
Un’avventura col suo miglior amico a caccia del suo cibo preferito. Monkey non ci pensa su due volte. Con tre balzi è in groppa a Shark pronta per partire.


Lo squalo nuota veloce ma Monkey si sente al sicuro aggrappata alla sua pinna. 
Ben presto il Wetland scompare alle sue spalle.
Che importa! La vista sull’oceano è mozzafiato!

Avevo pensato di fare uno scambio con te” sussurra Shark con voce suadente. 
Un delizioso cuore di palma in cambio del tuo cuore. Che ne dici?” 



Monkey ha un brivido di terrore. Circondata dall’immenso oceano, si sente molto piccola e stupida per essere cascata nel tranello, e molto lontana da casa.


Ma a volte il pericolo tira fuori le nostre migliori risorse. 
Oh, certo che sembra un buon affare. Ma avresti dovuto accennarmelo prima di partire, perché, vedi, il mio cuore è così prezioso che lo lascio sempre sui rami del mio albero, per tenerlo al sicuro. Senti qua, se fai dietro front in questo momento possiamo andare a recuperare il cuore e concludere lo scambio. Sei veloce, saremo lì in un batter d’occhio.

Shark non è affatto contento di come procede la faccenda (tra l’altro ha anche  fame) ma non ha altra scelta che tornare. 
Appena sono abbastanza vicini Monkey con un balzo salta sul primo ramo disponibile.

Dai, lancia il tuo cuore!”grida Shark, ma Monkey, ormai al sicuro risponde: “Tu avrai pure viaggiato in lungo e in largo, ma io sono più intelligente di te, e non scambierei il mio cuore nemmeno per tutti i cuori di palma di Zanzibar!

Beh, ce l’hai fatta Monkey. E ce l’avete fatta anche voi a leggere fin qui!

Quanto a me, a parte la fatica e la gioia di disegnare, mi è rimasto un bagaglio di bellissimi incontri virtuali:
per esempio ho conosciuto i coraggiosi cacciatori di miele africani, che si arrampicano senza imbragature ad altezze vertiginose accompagnati dai preziosi uccellini-guida;  
ho scoperto che i cercopitechi hanno una gamma di espressioni praticamente umane;
ho conosciuto le magnifiche, lussureggianti mangrovie, che crescono sulle spiagge e affondano le radici nell’acqua del mare;
che i coccodrilli si fanno pulire i denti da uccelli spazzolino senza mangiarli, e che gli ippopotami hanno veramente un caratteraccio;
e infine ho preso un po’ di confidenza con lo squalo, che non è precisamente il mio animale preferito, ma essendomi dovuta sacrificare a rivedere i disegni di “Shark Tales” e “Alla ricerca di Nemo” per prendere ispirazione, direi che ne è valsa la pena.

mercoledì 3 febbraio 2016

The Honey-Guide Bird. Two Traditional Tales from Africa (part one)

Honey-Bird-illustration-uccellino-foglie

E’ appena uscito per HarperCollins, The Honey-Guide Bird scritto da Deborah Bawden e illustrato da me. 

Dopo tanta scolastica è il primo storybook col mio nome in copertina pubblicato qui in UK. 
E’ piccolo (formato A5, cavolo quanto è piccolo, io le tavole le avevo disegnate A3!) però sono molto contenta, perciò siate clementi…

Si tratta di due racconti tradizionali africani. 
Volete conoscere la prima storia? (No? ok, guardate solo le figure…)

Provo a raccontarla in italiano. Siamo nello Zimbabwe. “Nonna! Temba non mi fa giocare con lui perché dice che sono troppo piccolo!”singhiozza Kuda. “Troppo piccolo?! Oh, che ragazzo sciocco! Tuo fratello non ha mai sentito parlare del piccolo Honey-Guide Bird che si vendicò del potente cacciatore Shaka?”
Kuda sa che sta per cominciare una delle meravigliose storie della nonna, si asciuga i lacrimoni e si mette in ascolto. 
Nonna-Bambino-Africa-illustration
E così scopriamo chi sono gli Honey-Guide Birds, gli Uccelli Indicatori, una razza di uccellini molto presenti in Africa, capaci di scovare alveari nascosti e indicarli ai “cacciatori di miele” (confesso che ignoravo completamente l’esistenza  sia della caccia al miele sia degli Uccelli Indicatori). 
Loro fanno da guida, i cacciatori  si procurano il favo e in cambio ne danno un pezzetto come ricompensa. Un ottimo sodalizio d’affari che pare duri da millenni. 
Ma attenzione a non tradire i patti…
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La storia comincia una bella mattina di sole, quando il nostro Honey-Guide Bird richiama l’attenzione del cacciatore Shaka con il suo verso. 
Shaka (bravissimo, per carità, grande cacciatore ma, diciamo, un po’egocentrico) si arma di lancia, sacchetto per la raccolta e segue l’uccellino fino ai piedi di un albero di fico.

Qui accende un piccolo fuoco e ci infila un bastone dentro finché la punta non diventa incandescente. 

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Quindi comincia l’arrampicata, concentrato sul dolce bottino che lo aspetta.
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Arrivato al favo usa il bastone per cacciare le api (povere care api sfrattate…) e impadronirsi dell’alveare.



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Ma una volta disceso, scaccia in malo modo l’ Honey-Guide che svolazzava lì intorno in attesa della ricompensa : “Sciocco uccellino. Pensi che abbia intenzione di condividere il miele dopo aver fatto io tutto il lavoro difficile? Che puoi fare contro di me? Sei così piccolo e io sono un fiero guerriero!”

In effetti, cosa poteva fare? Aspettare e pazientare. 
Per un po’ di mesi rimane ad osservare il cacciatore da lontano. Poi un giorno gli fa il solito verso. Shaka si arma immediatamente, convinto di poter approfittare ancora della guida (perché in fondo è solo un uccellino, pensa lui…).


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E così i due arrivano ai piedi di un altro altissimo albero di fico, il favo non si vede ma Shaka sa che gli Honey-Guide Birds non sbagliano mai.

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Immaginate che bella sorpresa quando invece del favo si ritrova davanti al faccione di un Leopardo che dormiva beatamente! 
Fortunatamente il leopardo è sorpreso quanto lui, per cui molla una zampata a caso senza colpirlo, ma Shaka perde la presa del ramo e precipita su un rovo di spine. 
Risultato: un bel po’ di punture che guariranno presto ed una lezione di rispetto che non dimenticherà mai.

“Perciò”, conclude la nonna, “mai giudicare qualcuno dalle sue dimensioni!” e brava la nonna!

La volete sentire la storia di Monkey e Shark? Ve la racconto la prossima volta…


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Il libro invece lo trovate anche su Amazon, qui 

mercoledì 11 novembre 2015

“…Ma sono mille Papaveri Rossi” - Remembrance Day

La mia idea della guerra me la sono formata con Fabrizio De Andrè
Non è che sia cresciuta in una famiglia di anarchici o figli dei fiori, i miei genitori nel ’68 più che a manifestare per pace e amore, erano occupati a farmi nascere e a tenere insieme una famiglia, ma insomma, respiravo quell’aria lì. 
Più che i libri, i racconti di mio padre sui bombardamenti, la scuola, io avevo La guerra di Piero*, una canzone, a spiegarmi l’assoluta stupida, inutile crudeltà della guerra: 
“…dei morti in battaglia ti porti la voce, 
chi diede la vita ebbe in cambio una croce”
Da quando sono in grado di elaborare opinioni sulle cose ho pochi punti fermi ed uno di questi è il rifiuto della violenza, dell’uso delle persone come fossero pedine, e per estensione, l’antipatia verso eserciti, gerarchie, ordini, posti di comando. 
E’ un fatto viscerale, non mediato dalla ragione, posso dire che ce l’ho nel sangue.

Uno dei (pochi) dubbi che avevo nel pensare di emigrare qui in UK era l’attitudine secolare di questo popolo alla guerra, la Gran Bretagna è uno dei paesi occidentali che tende a “mostrare i muscoli” quando c’è da risolvere questioni internazionali, e io ho sempre visto questo fatto con preoccupazione. Non c’è molto da fare, è la loro storia, è l’eco dell’Impero dissolto da poco, posso dire che ce l’abbiano nel sangue.

Poco dopo il mio arrivo, nell’Ottobre 2012, cominciai a notare per strada, alcuni individui che indossavano una spilla a forma di fiore rosso, pensai allo stemma di un club, ma più i giorni passavano, più notavo persone con decorazioni o spille con questo strano fiore rosso. 
Cercavo di individuare dai loro volti una qualche appartenenza, ma erano giovani, anziani, uomini e donne, di vari ceti sociali. 
Quando cominciai a vedere in televisione giornalisti, attori e presentatori con la spilla mi allarmai. Cos’è, una specie di setta segreta? Stiamo per subire un’invasione aliena e verranno uccisi solo quelli non “segnati” dalla spilla? Qualcuno mi disse: “ma tra poco è il Poppy day!”, e io non sapevo che il papavero (poppy) era il simbolo dei soldati caduti in guerra, la canzone che mi aveva formato mi tornava in mente…

Durante la prima guerra mondiale John McCrae scrisse la poesia In Flanders Fields (Nei campi di Fiandra) dove si parla di papaveri che sbocciano tra file di croci, ecco perché da allora il Papavero divenne simbolo del Remembrance day, il giorno dei caduti in guerra, che cade l’undicesimo giorno, dell’undicesimo mese di ogni anno. Alle 11 del mattino si osservano due minuti di silenzio perché a quell’ora ci fu l’armistizio nel 1918.

E’ che gli inglesi (guerrafondai, imperialisti), hanno la capacità di usare i segni, di coltivare la memoria, di celebrare e sentirsi uniti nei simboli che mi lascia sempre senza fiato. C'è della poesia in queste manifestazioni composte, che mi affascina.
L’anno scorso, durante le celebrazioni per l’anniversario della Prima Guerra Mondiale, la Torre di Londra fu letteralmente invasa da un’istallazione di 88.246 papaveri rossi di ceramica (il numero dei soldati morti), uno spettacolo visivamente eccezionale (potete trovare alcune immagini qui).

E così io resto acerrima nemica della guerra, e trovo che non ci sia molto da celebrare, ma i morti, i morti di tutte le guerre, quelli che continuano a morire per eseguire degli ordini, o perché semplici vittime, quelli li voglio ricordare, e pregare in silenzio per loro, oggi, alle 11.


"Dormi sepolto in un campo di grano, non è la rosa non è il tulipano, che ti fan veglia dall’ombra dei fossi, ma sono mille papaveri rossi"

* "La guerra di Piero", Fabrizio de Andrè, 1964