lunedì 14 aprile 2014

Improbabili Interviews n°2

immagine sandwich artist. monicauriemma
©Monica Auriemma
Novembre 2012. Vedo l’annuncio e penso: questo è il lavoro perfetto! Nota catena di fast food (il cui nome si tradurrebbe come "Metropolitana") cerca Sandwich Artists. Le menti diaboliche della comunicazione di questa azienda hanno coniato un nome prestigioso per gli addetti alla preparazione dei panini. Artist. Colui che crea. In realtà di creativo c’è ben poco. Segui le indicazioni del cliente e anche se lui decide di spalmare del tonno sulla carne aggiungendo salsa barbecue, maionese, mostarda e ketchup tutte insieme, tu non hai alcun potere sulla tua “creazione”. La tua Opera d’Arte è assolutamente in balìa del primo che capita. Ma il nome, il nome è così romantico!  Già immaginavo il titolo della mia biografia da futura  illustratrice famosa: DA SANDWICH ARTIST AD ARTIST ILLUSTRATOR.  Perché ad una certa età alla biografia bisogna pur cominciare a pensare, il fatto che non si sia famosi e che ci siano pochissime probabilità di diventarlo in futuro è assolutamente secondario… =D

Invio quindi la mia trecentesima application della giornata e incredibilmente vengo contattata per un’interview il giorno dopo. Perché proprio quella? Certo, dopo un mese dal mio arrivo, i miei CV cominciano ad avere un aspetto meno raccapricciante dell’inizio, ma poi ho capito che in questo tipo di applicazioni (per lavori nelle grandi catene, dove all’offerta rispondono in centinaia) la fortuna gioca un ruolo fondamentale. Devi mandare la domanda al momento giusto, né prima, né dopo. L’ addetto alle selezioni in quel caso (me lo ha detto lui stesso)  aveva dato un’occhiata di venerdì sera, aveva pescato le prime 50, senza neanche guardare troppo le esperienze, le skills e tutta quella roba (di cui ho parlato in questo post), e chiamato.

Comunque, per me era un segno del destino: due carriere parallele si spalancavano davanti al mio cammino ed avevano in comune la parola Artist. Arrivo così, gasata ed emozionata, all’appuntamento. Per prima cosa mi viene fatto compilare un form con le esperienze lavorative, referenze, ecc…  (non ho uno straccio di referenza qui, visto che vengo da fuori, si dovranno accontentare degli editori italiani con cui ho lavorato, i quali, informati che qualcuno potrebbe chiamarli da Londra, sembrano alquanto terrorizzati…) . Segue un test scritto che pretende conti aritmetici (da me???):  Se il cliente vuole pagare con due dollari e una moneta da un quarto di dollaro quanto riceve di resto? Un bel niente, perché qui siamo a Londra e c’è la sterlina e voi dovreste saperlo meglio di me, acc…!

La chiacchierata finale è abbastanza divertente, il Supervisor è simpatico. Perché ho deciso di tentare proprio con loro? Perché OVVIAMENTE sarei felice di lavorare per un’azienda così PRESTIGIOSA, di cui condivido  TUUUUTTA la politica in fatto di salute, cibo sano non fritto e ridotto impatto ambientale (prima di andare mi ero studiata tutta la loro propaganda) . Mi dice che hanno anche una particolare attenzione per il sociale, che sostengono varie charity ( qui se non sostieni una charity non sei nessuno…). Alla fine  mi spiega la differenza dello stipendio base a seconda dell’età: “If you have more than 21 years…” Mentre lo dice intravedo la piegolina al lato delle labbra che significa: mento per contratto fingendo di crederti giovane, così ti lusingo e ti do le informazioni necessarie. Al che scoppio a ridere e dico: “21 years??? Sésé! (sottolineando con la mano all’altezza dell’orecchio, come a farmi vento) I’m 44! I’m old! I can be the grandmother of my colleagues!” anche lui ride come un matto, ha capito anche il “sèsè” (forse).


Dal silenzio  dei giorni successivi deduco che il mio sottile humour non ha fatto colpo, o forse è stato il problema dei dollari, più probabilmente  il fatto che potrei essere davvero la nonna dei miei colleghi. Pazienza. Vorrà dire che cambierò il titolo della biografia…