giovedì 5 giugno 2014

Improbabili Interviews n° 5. Un bell’applauso!

Maggio 2013. 
Nota catena di negozi di abbigliamento mi invitava ad un’Interview per un posto di Visual Merchandiser (vetrinista) nel loro punto vendita centrale ad Oxford Street. L’unica mia esperienza nel campo risale agli anni ’90 quando curavo l’allestimento di negozi e stands di alcune marche di abbigliamento, non è proprio lo stesso ruolo, ma, insomma, ci provo.

Ore 8,45: “Welcome to your assessment day as VM!” recita un cartello, mi aspettavo un colloquio, una tortura a tempo limitato, invece qualcosa mi dice che verrò sottoposta a prove di destrezza nelle quali ovviamente tendo a fallire, come quei tre manichini dall’aria sinistra, con un cartello: “Style me!”
Mi guardo intorno: tutte ragazze, molto giovani. Tre inglesi, il resto straniere ma qui da più tempo di me, sei lavorano già per questa company e lo si capisce da come si sentono a proprio agio (di male in peggio…)
Il supervisor, la general manager, la super/iper qualcosa e la …chennesò, si presentano brevemente con qualche battuta di spirito e ci mostrano un video di quelli motivazionali, dove capisci quanto sarà fantastico, gratificante e stupefacente lavorare per questa “grande famiglia”, ma sì, commuoviamoci tutti, sarà bellissimo essere insieme! Un bell’applauso! 

La general manager, sul quintale, nera, taglio di capelli cortissimo, liscio-riccio-rasato-ultimissima moda, ci dice: - Non siate nervose, questa non è una gara! Purtroppo, possiamo scegliere solo due di voi – due su dodici? E perché non dovrei essere nervosa? - Adesso ognuna di voi si alzerà in piedi, ci parlerà di sé, del proprio look, delle proprie scelte di moda e del suo stilista preferito. Partiamo da me… -  mentre spiega che lei si ispira a Missy Elliot e Byionce, penso: il mio LOOK??? Io e la moda non abbiamo mai legato granché; vuoi perché recito la parte di sono-un’artista-non-ho-tempo-per-le-frivolezze, vuoi per mancanza di fisico-soldi, considero la moda una cosa interessante da guardare, ma fuori dalle mie priorità. Non c’era un argomento più semplice? Tipo: l’evoluzione della gorgiera  dal ‘500 al ‘600? Quello almeno l’ho studiato! Le mie aspirati colleghe parlano di quanto il loro look sia “sexy” o “professional” e di Gucci e Prada (ma non era il Diavolo che vestiva Prada? Vade retro, Satana!). Io guardo sconsolata il mio completo blusa e pantaloni morbidi neri, unici capi con cui mi sento a mio agio perché non sottolineano troppo la panza, completati da foulard bianco e collana colorata tanto per non sembrare troppo a lutto, e comincio a sentirmi come Hugly Betty. 
Al mio turno riesco a malapena a dire che  il mio stile è “comfortable”: - Il mio stilista preferito è Armani. Ovviamente questo non è un vestito Armani – tutti a ridere… Alla fine di ogni intervento facciamo tutti un bell’applauso!

Ma ecco Giochi Senza Frontiere! (o per essere più contemporanei, Wipeout). Prime due prove: in  gruppi di 4 sorteggiati al momento, vestire un manichino in 10 minuti scegliendone il look e poi spiegarne le ragioni; allestire una parete con una tematica data da loro, in 15 minuti, sempre spiegandone le ragioni. 
Gli esaminatori osservano i rapporti di forza che si creano nei gruppi. Se cercano un leader NON lo troveranno in me, io lascio fare a quelle che sembrano più esperte, mi ritaglio ruoli gregari, soprattutto se non c’è tempo e mi cade la roba di mano. Difetto che costerà al mio gruppo un errore nell’allestimento della parete. Ci era stato chiesto lo stile Safari e io correvo a prendere abiti e accessori safari (questo almeno lo so!) mentre le altre si buttavano sull’hawaiano seguendo la leader, aggressiva abbastanza da imporsi ma troppo presuntuosa per ascoltarmi, ho lasciato fare, ho scelto le cose giuste ma la parete è risultata non coerente con il tema, sigh.

Ciliegina sulla torta, prova individuale di mezz’ora: girare tutto l’enorme store armate di taccuino, partendo dalle vetrine, tre piani interni, uomo/donna/bambino, e segnare per ogni punto visitato tre elementi di forza, tre elementi negativi e tre possibili miglioramenti (per chi volesse venire qui, prenda nota, “strength/ weakness/to improve” qua te lo chiedono sempre e ovunque). 
So che se lascerò quella stanza dei labirintici sotterranei da sola, potrebbero ritrovarmi dopo una settimana ancora a vagare spaurita nei dintorni, non devo perdermi e quindi tengo tenacemente d’occhio il gruppo delle più esperte. 
Ovviamente i miei appunti sono diversi dalla maggioranza, degli shorts esposti ne so poco, guardo l’allestimento, la scelta dei materiali, la posizione dei manichini, la grafica e le luci, (dopotutto, ero più o meno una scenografa). 
La general manager continua a ripetere: Very interesting! Good point! Ma io so che potrebbe dirlo per semplice educazione. Il Supevisor di nome Love (?): capello biondo con ciuffo lungo mi-sono-alzato-da-cinque-minuti, aria emaciata e vagamente annoiata da “Che ci faccio qui? Io dovrei fare lo stilista, altro che grandi magazzini…” Prende appunti sul suo taccuino. La tortura è quasi finita: facciamo tutti un bell’applauso! (sembra di stare ad un Talk Show…) 

Dopo una pausa in cui posso fraternizzare con le mie compagne di sventura, arriva l’interview vera e propria, una serie di domande individuali sul customer service, del quale ovviamente non ho NESSUNA esperienza, sono le due, io sono cotta, l’esaminatrice anche, vado via esausta. 
Ho pochissime possibilità. Se mi va bene dovrò lavorare tutti i giorni dalle 7 del mattino alle 4,30, vestire circa 400 manichini oltre a walls e corners vari ma farò parte di questa “grande famiglia”, vuoi mettere?


Qualche giorno dopo mi arriva una cortese mail: pur essendo rimasti tutti favorevolmente colpiti dalla mia prova (?), al momento c’erano persone con esperienza più specifica, colgono l’occasione per augurarmi il meglio. Va beh, In fondo mi sono divertita, quando ne facciamo un’altra?